Pochi centinaia di metri più avanti iniziava la strada sterrata. I fari della Panda 4×4 di K. presto avrebbero smesso di srotolargli di fronte agli occhi, in quella notte senza luna, un grigio serpente d’asfalto per presentargli la ruvida e butterata pelle della campagna che circonda la città.

Anche se lo specchietto non gli restituiva più il bagliore dei fari dell’auto che lo seguiva il suo cuore continuava a battere all’impazzata e non riusciva a fare a meno di lanciarsi metri più avanti con la mente. Mentre si apprestava a imboccare il tornante si vedeva già sul rettilineo successivo, come se la furia con cui affrontava ogni curva non gli fosse sufficiente a lasciarsi alle spalle le ultime ore.
Sentì grattare la frizione: aveva scalato troppo presto. Con i giri del motore che gli urlavano nelle orecchie uscì dall’ultima curva e strinse ancora più forte il volante in una mano e la leva del cambio nell’altra. Terza. Quarta. Lo sterrato che stava per imboccare era piuttosto regolare, ma a quella velocità gli ammortizzatori avrebbero trasmesso direttamente alle sue ossa ogni increspatura, ogni piccola buca. Irrigidì, se possibile, ancora di più ogni muscolo del suo corpo vedendo di fronte a sé il paesaggio lunare che gli si avvicinava. Un tonfo improvviso lo avvertì che aveva abbandonato la strada principale, seguito immediatamente da una fortissima sensazione di calore alla coscia destra: assorbendo l’urto del rimbocco d’asfalto aveva urtato la strumentazione di fronte al cambio. Gli sfuggì un gemito. In quel momento aveva soltanto voglia di gridare, forse piangere, in gola mille discorsi gli si erano annodati tutti assieme lasciandolo a bocca spalancata, ma nessun suono ne usciva. Visto da fuori doveva essere uno spettacolo mostruoso: sbatteva gli occhi di continuo per evitare il sudore che gli bruciava il volto, le nocche bianche sul volante tanto lo stringeva. Sentì che anche la caviglia gli bruciava e premette ancora più forte sull’acceleratore.

Nonostante la strada si facesse sempre più stretta e gli alberi intorno sempre più fitti non rallentò nemmeno un istante. Nella testa gli rimbombava il suono delle pietre che cozzavano contro la carrozzeria, come un nugolo di proiettili.
A quel pensiero emise un altro gemito. L’ennesima buca scosse l’abitacolo, gli sembrò di perdere un battito di cuore, o forse era solo il rinculo degli ammortizzatori. Riusciva a non farsi sbalzare dal sedile soltanto aggrappandosi con sempre più forza al volante. Se avesse avuto le forze mentali per notarlo si sarebbe accorto di quanto gli stessero facendo male le braccia in quel momento, ma la sua mente non era lì: continuava a lanciarsi centinaia di metri più avanti, esasperata dal pensiero di non essere già là, di non fare in tempo.
Il paesaggio illuminato dai fari era sempre più confuso e K. in quel momento era il solitario cosmonauta a bordo di un bolide di lamiera lanciato nello spazio a folle velocità; attorno a lui non si piegava l’iperspazio ma, sempre più vicini, i rami degli alberi che frustavano il parabrezza e la carrozzeria. La pioggia di sassi alzata a ogni sgasata era sempre più fitta e il rumore sempre più assordante. In quella sua capsula tutto era scosso, tremava, vibrava, urlava in una gara a chi, tra l’auto e K., si sarebbe frantumato in mille piccoli pezzi per primo.

All’improvviso un sapore metallico lo distrasse riportando la mente di K. per un istante nell’abitacolo. Mentre sentiva in bocca il sangue del labbro che, senza accorgersene, si era appena morso ogni rumore si fece ancora più acuto prima spegnersi del tutto in un fischio sordo. Mentre la panda continuava a macinare metri di sterrato la mente di K. si proiettò in un luogo dall’innaturale silenzio, il fischio ancora lì ma come ovattato, la vista offuscata sempre di più da un misto di sudore e lacrime. I pensieri erano farinosi, tutto era farinoso e pareva sfaldarsi: il volante tra le sue mani, i pedali sotto la suola delle sneakers sporche di sangue. Il sangue di S.

Non fu che un battito di ciglia, eppure a K. sembrò di rivivere in quell’istante le ultime settimane passate con S.: le giornate piene di sole e profumi in quella campagna, le serate seduti al tavolino di un bar del centro storico, la sensazione del cotone la mattina, mentre andavano e venivano dal bagno calpestando a piedi nudi gli asciugamani ancora umidi delle impronte lasciate uscendo dalla doccia.

Fu in quel battito di ciglia che a K. vennero meno tutte le forze. Lo sterzo ormai in balìa del terreno irregolare quasi lo sbalzò sul sedile del passeggero. Soltanto il fatto d’aver ormai raggiunto le pendici della collina permise all’automobile di arrestare da sola la sua corsa, il piede di K. prima inerte sul pedale poi incastrato tra acceleratore e frizione. La caviglia prese a bruciargli sempre di più, sentì un dolore pungente e acuto risvegliarsi nelle braccia, nel petto e sul volto; al battito del cuore faceva da controcanto il pulsare di uno zigomo.
Aveva battuto la testa sul volante? Era possibile. Per un attimo si era ritrovato da un’altra parte, in un altro luogo, e di quel singolo istante nell’abitacolo non ricordava nulla. Anche negli istanti seguenti, mentre il suono secco e ritmato delle lamiere attorno al motore che iniziava a raffreddarsi gli rimbombava in testa e la sua mente processava e riconosceva il dolore riportandolo alla coscienza del proprio corpo, muscolo dopo muscolo, gli parve di sentire un odore quasi alcolico e gli ci volle un immane sforzo di concentrazione per registrarlo come l’odore della benzina.

Strinse gli occhi ancora una volta, forte, il viso impastato dal sudore e dalla polvere – il finestrino era rimasto aperto per tutto il viaggio o era stato sfondato da un ramo e lui neppure se n’era accorto? – per poi riaprirli lentamente. Davanti a lui i fari ancora accesi emettevano una luce flebile, meno intensa ora che il motore si era spento.

Alzando lo sguardo lungo la collina la vide: a poco più di un centinaio di metri, tra gli alberi, si scorgeva la casa di S. Non c’erano luci accese. Doveva essere riuscito ad arrivare lì per primo.
Forse era ancora in tempo.

Photo by Usukhbayar Gankhuyag on Unsplash

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