Hai presente quella sensazione che lascia l’anestesia del dentista, quella carne che c’è e non c’è, che vien voglia di toccarla, grattarla, pizzicarla per sentirla viva? Quella cosa che non ci puoi far niente, continui a stuzzicarla per sentirla ancora lì, per trovare un po’ di sollievo anche se fa un po’ male. Ecco.

Quando, in una notte di febbraio, rientro a casa accorgendomi di aver lasciato il riscaldamento acceso mi trovo a districarmi tra sentimenti contrastanti di disappunto e gratitudine. Metto via la giacca attaccandola all’appendiabiti un po’ sghembo e mi tolgo le scarpe.

Il secondo pensiero, mentre attraverso le stanze vuote, evoca sentimenti altrettanto contrastanti: la casa, vuota, tutta per me senza nessuno a cui rendere conto. Un libro che mi aspetta sul comodino, vicino al letto. Quel letto col piumone sghembo, di tre quarti, che mi ricorda un toast con la sottiletta posizionata male fra le fette di pane. Quella parte di formaggio lasciata a sé stessa che un po’ si brucia mi è sempre piaciuta. Mi ritrovo ad aver fame.

La casa, vuota, tutta per me. Ho fame, ma non è ragionevole: sono appena rientrato da una cena con amici. Cerco qualcosa per ingannarla, scarto l’opzione coca zero, ch’è tardi e la caffeina a quest’ora non è una buona idea. Mi attacco alla bottiglia dell’acqua che sta ancora lì, da pranzo, sul tavolo ai margini della tovaglia. Sghemba. Pure io mi sento un po’ sghembo e porto la tovaglia in cucina, la scrollo nel lavandino e la piego alla bell’e meglio. Sempre sghemba.

La casa, vuota, tutta per me. Mentre mi preparo per coricarmi noto per l’ennesima volta il rumore che fanno gli interruttori mentre li spengo, uno a uno, attraversando le stanze vuote.
Prima di addormentarmi sento un formicolio. Vorrei grattarmi fin dentro la testa, pizzicarmi il cuore. Invece spengo l’ultima luce e chiudo gli occhi.


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